La chimera
Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china e brunea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.
Dal racconto all’aforisma: la forma breve del ‘récit’
Nel viola della notte odo canzoni bronzee. La cella è bianca, il giaciglio è bianco. La cella è bianca, piena di un torrente di voci che muoiono nelle angeliche cune, delle voci angeliche bronzee è piena la cella bianca
Tra i poeti del Novecento italiano, Dino Campana è colui che ha cercato di incorporare nella sua poesia tutti gli effetti dei nuovi mezzi di tecnica, di produzione e di un nuovo linguaggio. Spesso paragonato ai poeti maledetti come Rimbaud (per la precoce morte, il bisogno di fuggire, l'idea del viaggio) in realtà Campana si rifugia nella letteratura, è pacifista antinterventista e alla fine del suo vagare senza una vera meta, trova solamente la follia. Gli furono diagnosticati i primi disturbi nervosi a circa dodici anni e trascorse il resto della sua vita fuori e dentro ai manicomi o agli arresti. Morì per una forma di setticemia dovuta ad una malattia mai ben chiarita.
Eugenio Montale fu tra i suoi primi estimatori ufficiali, insieme a Carlo Bo. Dai suoi versi, inoltre, hanno attinto poeti molto differenti tra di loro, come Mario Luzi, Pier Paolo Pasolini, Andrea Zanzotto.
Campana inventa una poesia nuova nella quale si amalgano i suoni, i colori e la musica in potenti bagliori. Il verso è indefinito, ricco di immagini forti e di allucinazioni. Uno dei temi maggiori di Campana è quello dell'oscurità tra il sogno e la veglia dove gli aggettivi e gli avverbi sono ripetuti con insistenza come di chi detta durante un sogno. Campana guarda al trecento dantesco, ai canti del Foscolo.
Tra il 1912 e il 1913 Campana compone i versi che diventeranno poi la sua opera più significativa. Inizialmente intitolò la sua opera Il più lungo giorno ma non fu pubblicata alla prima stesura (rifiutata dalla rivista Lacerba di Ardengo Soffici e a Giovanni Papini). Solo molti anni dopo fu stampata con il titolo di Canti Orfici, una raccolta che contiene un poema in due parti (La notte), sette poesie intitolate I notturni, una prosa diaristica su di un viaggio alla Verna e altre dieci fra poesie e prose liriche. Segue una sezione di Varie che comprendono due frammenti, sette prose liriche e (in sette parti) il poemetto Genova. I canti Orfici prendono il nome da Orfismo, riferito ai sogni oppure ad Orfeo figura mitologica metà uomo metà dio, in grado di smuovere col proprio canto la natura; è l'archietipo del poeta.
Dalla raccolta di lettere scambiate tra la scrittrice Sibilla Aleramo e il poeta è stato tratto il film Un viaggio chiamato amore (di Michele Placido, 2002) con Stefano Accorsi nel ruolo di Campana e Laura Morante nel ruolo di Sibilla Aleramo.





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