Tra i protagonisti indiscussi del nostro '900, Pasolini, Totò e Modugno.
Li troviamo in questo episodio di Capriccio all'Italiana di Pier Paolo Pasolini, insieme a Ninetto Davoli, Franco e Ciccio.
Tantissime sono le citazioni artistiche (Velázquez, Caravaggio), oltre alla rivisitazione dell'opera Otello.
Questa fu anche l'ultima pellicola cinematrografica in cui apparse Totò.
Domenico Modugno interpreta la parte dello spazzino.
Ballata delle madridi Pier Paolo Pasolini
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Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?
Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.
Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.
Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.
Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!
Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.
Tra i poeti del Novecento italiano, Dino Campana è colui che ha cercato di incorporare nella sua poesia tutti gli effetti dei nuovi mezzi di tecnica, di produzione e di un nuovo linguaggio. Spesso paragonato ai poeti maledetti come Rimbaud (per la precoce morte, il bisogno di fuggire, l'idea del viaggio) in realtà Campana si rifugia nella letteratura, è pacifista antinterventista e alla fine del suo vagare senza una vera meta, trova solamente la follia. Gli furono diagnosticati i primi disturbi nervosi a circa dodici anni e trascorse il resto della sua vita fuori e dentro ai manicomi o agli arresti. Morì per una forma di setticemia dovuta ad una malattia mai ben chiarita.
Eugenio Montale fu tra i suoi primi estimatori ufficiali, insieme a Carlo Bo. Dai suoi versi, inoltre, hanno attinto poeti molto differenti tra di loro, come Mario Luzi, Pier Paolo Pasolini, Andrea Zanzotto.
Campana inventa una poesia nuova nella quale si amalgano i suoni, i colori e la musica in potenti bagliori. Il verso è indefinito, ricco di immagini forti e di allucinazioni. Uno dei temi maggiori di Campana è quello dell'oscurità tra il sogno e la veglia dove gli aggettivi e gli avverbi sono ripetuti con insistenza come di chi detta durante un sogno. Campana guarda al trecento dantesco, ai canti del Foscolo.
Tra il 1912 e il 1913 Campana compone i versi che diventeranno poi la sua opera più significativa. Inizialmente intitolò la sua opera Il più lungo giorno ma non fu pubblicata alla prima stesura (rifiutata dalla rivista Lacerba di Ardengo Soffici e a Giovanni Papini). Solo molti anni dopo fu stampata con il titolo di Canti Orfici, una raccolta che contiene un poema in due parti (La notte), sette poesie intitolate I notturni, una prosa diaristica su di un viaggio alla Verna e altre dieci fra poesie e prose liriche. Segue una sezione di Varie che comprendono due frammenti, sette prose liriche e (in sette parti) il poemetto Genova. I canti Orfici prendono il nome da Orfismo, riferito ai sogni oppure ad Orfeo figura mitologica metà uomo metà dio, in grado di smuovere col proprio canto la natura; è l'archietipo del poeta.
Dalla raccolta di lettere scambiate tra la scrittrice Sibilla Aleramo e il poeta è stato tratto il film Un viaggio chiamato amore (di Michele Placido, 2002) con Stefano Accorsi nel ruolo di Campana e Laura Morante nel ruolo di Sibilla Aleramo.





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